mercoledì 7 marzo 2018

Demofobia: non è rivoluzionaria

Immaginatevi se Lenin, o Fidel Castro, o qualsiasi altro rivoluzionario storico del movimento operaio e socialista avesse impiegato il proprio tempo, invece di fare proselitismo nella classe sfruttata della società, a insultare i proletari chiamandoli pecoroni, gente che vota male, analfabeti funzionali ecc.

Non si sarebbe avuto alcun movimento operaio né tantomeno rivoluzioni. Non sarebbe successo assolutamente nulla.

E il nulla (né rivoluzione né socialismo né presa del potere) è esattamente quello che è stato realizzato in Italia sia dalla c.d. sinistra (moderata, radicale, sempre quella è) sia da molti marxisti-antimperialisti-sovranisti-chipiùnehapiùnemetta, che si dicono avversari della sinistra ma sono simili ad essa per il medesimo atteggiamento nei confronti del Popolo italiano. Che è il seguente: votate male/non sapete niente, quindi che schifo con voi non trattiamo, trattiamo solo coi nostri simili

sabato 10 febbraio 2018

"E allora i crimini degli italiani?". Appunto: "Non bastavano già i nostri, di assassini?"

Secondo l'"antirazzista" medio, tutti gli italiani indignati per i crimini degli immigrati sono persone che tollerano, minimizzano o ignorano i crimini commessi dagli italiani. 

Per sostenere una tesi così vergognosa occorrerebbe tirare fuori delle prove. Prove circostanziate. 

E l'"antirazzista" medio non ne ha nessuna. 

Protestare contro l'immigrazione selvaggia in quanto portatrice - tra le altre cose - di un aumento spropositato degli episodi di violenza, degli omicidi e dei reati economici che avvengono in Italia non significa affatto girare la testa dall'altra parte quando reati analoghi vengono commessi da italiani. 

Al contrario, gli italiani contrari all'immigrazione sono ben coscienti, come ci tengono a sottolineare a viva voce, che un numero spropositato di crimini viene già perpetrato da altri italiani e che pertanto diventa impossibile assicurare sicurezza e giustizia se si è costretti a fronteggiare ANCHE i reati commessi da immigrati. 

Solo i semicolti, campioni di menzogne, possono sostenere che al "popolino" italiano non importi nulla dei crimini che avvengono per mano dei connazionali, o che sia addirittura intimamente colluso con i "maschi bianchi italici" che stuprano o massacrano. 

"Non bastavano già gli assassini di casa nostra, ora anche quelli degli altri paesi?". Questa è la frase che la gente semplice dice tutti i giorni. 

Ma i presunti antirazzisti la gente semplice non la ascoltano mai nemmeno per sbaglio. Ed allora mettono in bocca all'uomo della strada frasi che questo non pensa e non ha mai pronunciato. 

Intanto ad urlare "bastardo pezzo di merda" al tramviere di Milano che veniva arrestato per il brutale omicidio di una ragazzina si vedevano solo "italiani medi" doc. E non certo semicolti antirazzisti da centro sociale. Per intenderci, quelli che inorridivano quando qualche anno addietro si proponeva la castrazione chimica per i pedofili (italiani).

martedì 23 gennaio 2018

"Popolo di pecore" a chi?


Basta.
Basta con questa balla, iperballa, degli italiani “popolo di pecore” “popolo di coglioni che non si ribella”.
Quando la ripetevano a disco rotto i radical-chic abbonati a La Repubblica, era già insopportabile.
Ora però ci credono anche i cittadini comuni. Gli “italiani medi”. Bersagli, proprio loro, di chi quest’assurda teoria l’aveva concepita.
Svelando così quanto sia infondata e cretina.

Perché ormai ciascun italiano si sfoga e urla inferocito contro il “popolo di pecore”.
Ma se lo fanno tutti, vuol dire che nessuno più è pecora.

Questo luogo comune squallido continua ancora a spingere l’italiano ad autocolpevolizzarsi, a sentirsi il solo, tra milioni, a voler ribaltare lo stato delle cose.
Una diffidenza verso il prossimo che non gli permette di accorgersi che anche tantissimi altri desiderano reagire quanto lo vorrebbe lui.
Risultato? Un popolo che non sarà mai compatto e pronto a rivoltarsi. Un popolo diviso, atomizzato, prigioniero di ciò che pensa di se stesso.

O meglio, di ciò che altri gli hanno detto di pensare di se stesso.

Questi “altri” si chiamano gruppo editoriale Espresso-La Repubblica, PCI-PDS-DS-PD, “sinistra radicale”, OCSE ed enti banditeschi internazionali “di valutazione”, con il loro braccio armato di intellettualari e giornalettisti esteri e nostrani.

Loro sono i responsabili di questa vera e propria demofobia che imperversa nel paese. Ma chi l’ha diffusa più di tutti?

I “rivoluzionari” italiani, di qualunque risma “sovranisti”, “antimperialisti”, “socialisti”, “sovietici”. Tutti brava gente per carità, ma in questi anni hanno contribuito a radicarla nel sentire comune la credenza del “popolo di vigliacchi”. 
Ripetendola continuamente, ossessivamente, attraverso i potenti mezzi di comunicazione via internet come blog e socialnetwork.

Risultato? In 10-15 anni di demofobia a mezzo internet, non solo non è cambiato niente e non è scoppiata alcuna rivoluzione, ma ora 60 milioni di persone, tutti i giorni, praticamente si fustigano tra di loro chiamandosi “pecora” gli uni con gli altri, invece di accorgersi che desiderano tutti la stessa cosa e che possono unirsi per un obiettivo comune.

Eppure, da anni, nella ristretta cerchia dei “rivoluzionari”, quel 4 o 5 % di persone meglio informate e consapevoli, c'è sempre lo stesso andazzo: chi non fa professione di fede verso la demofobia non è figo, non è ritenuto saggio, non è considerato. Chi vince le gare di insulti contro il popolo "rincoglionito, vigliacco, menefreghista" è seguito e stimato.

Ma il compito di rivoluzionario dovrebbe essere proprio quello di stare dalla parte della plebe, delle masse. Del popolo. 

E soprattutto di portare il popolo dalle sue idee, motivandolo e spingendolo a reagire contro chi lo opprime.

Se il popolo fosse già informato e pronto a fare la barricate, i rivoluzionari non avrebbero alcuna funzione. Non servirebbero a niente.

Quindi perché rimproverare il popolo perché “non è nato già imparato” e ribelle???
Renderlo tale è compito vostro. Di voi attivisti.
VOI attivisti dovete muovere il culo dalla sedia e andare dal popolo.

Pensate che il vostro scopo sia fare comunella solo con altri quattro gatti che la pensano tutti già come voi? 
Ed insultare tra voi il popolo italiano sottolineando quanto è vigliacco, inferiore ecc. ecc.? 
Fate i sociologi.
Gli statistici, i sondaggisti, gli addetti stampa, i pennivendoli, i lavacessi in qualche grande giornale o partito di potere.
O beccatevi ancora lo 0.0000001 % alle elezioni.

Ma non fate più i “rivoluzionari”.
Non è proprio roba per voi.

Se avete belle idee ma disprezzate il popolo e lo spingete a disprezzarsi non siete rivoluzionari, men che meno attivisti o militanti di alcunché. 

Siete solo professorini paranoici e arroganti.

Discorso chiuso. 

Per ora.


Andrea Pària Russo

mercoledì 17 gennaio 2018

Avvertenze per le elezioni: attenti ai 20% che diventano 40!

Qualunque siano i risultati delle prossime politiche, si tenga a memoria che potrebbe accadere nuovamente quello che accadde solo 4 anni fa.

Dopo le elezioni europee, infatti, i supporters dell’allora governo Renzi, le opposizioni e soprattutto gli organi d'informazione di massa presero atto tutti insieme appassionamente che il PD aveva raggiunto "il 40%". 
E mentre i mezzibusti dei Telegiornali Raiset insieme ai Vespa-Mentana annunciavano questo dato a ogni minuto come dischi rotti, gli eterni “rivoluzionari” delusi da tastiera, i perenni pessimisti facebookari, proclamavano a ciclo continuo che "l'italiano" aveva così premiato chi lo bastonava, facendosi comprare “per 80 euro da Renzi”, meritandosi di essere bastonato. 

Ma il 40% di che cosa? Dei voti? E di chi? Voti degli "elettori”? Degli "italiani”? O "dei votanti"? Questo nemmeno gli stessi "delusi" dal voto se lo sono domandati, poiché, come sempre, anche sono stati influenzati dai mass-media, che non hanno mai fatto chiarezza in merito.
Basta un'omissione o una piccola ambiguità per provocare, come in questo caso, un condizionamento psicologico irresistibile. 

Il PD non è stato votato dal 40% degli italiani, ma dal 40% dei votanti. I votanti sono stati soltanto il 57,22 % (dato ufficiale dell'affluenza per le europee). Per sapere quanti italiani hanno realmente votato il partito di governo sul totale degli aventi diritto (compresi quindi anche gli astenuti) dobbiamo calcolare il 40% di 57%. Ne viene fuori…che soltanto il 22% degli aventi diritto al voto lo ha fatto. Quindi, ben il 78% degli italiani NON ha dato fiducia al partito del presidente del consiglio. La maggioranza. 

Così funziona oggi la nostra invidiabile liberaldemocrazia occidentale: un partito può formare un governicchio pur senza aver raccolto le simpatie dell’80% circa dei consensi dell’elettorato, e non solo, può farsi addirittura passare per “forza di maggioranza relativa” grazie a quei sicari definiti “stampa indipendente” che influenzano l’opinione pubblica a suon di balle e silenzi. 

Pertanto, assodato che l'80% degli elettori non aveva votato il PD (sommando gli astenuti a quelli che hanno espresso preferenza diversa) non è affatto vero che "gli italiani si sono venduti per 80 euro".

Con una campagna menzognera come quella sul presunto 40% di Renzi, le oligarchie finanziarie che lo hanno sostenuto sono riuscite a prendere due piccioni con una fava: 
- primo, legittimare dal nulla un governo in carica non eletto - trasformando magicamente una minoranza in maggioranza, per indurre i cittadini ad allinearsi ai vincitori;- secondo, portare fuori strada gli oppositori ai partiti di governo. Demoralizzandoli e, soprattutto, aizzandoli contro tutti gli altri italiani. Ed è stato facile; è bastato sfruttare il luogo comune più duro a morire tra gli attivisti "indignati": quello per cui gli italiani sono soltanto pecore stupide senza orgoglio e dignità.

Tenga conto di tutto ciò soprattutto chi intende, recandosi alle urne, scongiurare il ripetersi di un governicchio Renzi-loni/Genti-sconi, benedetto dall'ignavo Mattarella con inni alla gioia dei "mercati", dei Soros e del monopolio mediatico RaiLa-set-Corsera24Ore-Repubblica.
Un governicchio che i partiti di potere centro-destro-sinistri, una volta bastonati elettoralmente, cercheranno non solo di riproporre istituzionalmente
 (alchimie parlamentari) ma di presentare mediaticamente agli occhi dell'opinione pubblica come "voluto dalla maggioranza degli italiani".
E' quello che a loro preme di più. E per farlo non esiteranno appunto a trasformare i 10 o i 20% scarsi in "40%", andando a ripetere la balla in tutti i salotti mediatici che hanno a completa disposizione.

Pasquino

venerdì 10 novembre 2017

"Perchè la gente non denuncia?"

L'impegno civile secondo i programmi "d'inchiesta" tv e i talk show di grido della scuola di Michele Santoro e allievi dal 1992:

- un inviato va in un paesino o un quartiere periferico siciliano, campano o calabrese che si sa per certo essere completamente in mano alla criminalità organizzata in ogni suo cm quadro (con tanto di noti boss ivi residenti/latitanti e sicari che girano armati in ogni strada)

- l'inviato intervista pensionati di 80 anni seduti alla panchina della piazza, o commercianti di aringhe o di mutande di lana, domandando loro:
"ma scusi, ma lo sa che qui c'è la mafia? Sa che il noto Peppiniello Lubbabbà è mafioso?"

- al che, la incredibilmente INASPETTATA risposta che lì la mafia non c'è/non è mai esistita/Peppiniello è un brav'ommo, detta con tono evasivo

- insistenza dell'inviato: "perchè non denunciate? E perchè non denunciate?". Altra risposta evasiva o stizzita, solitamente seguita da reazione aggressiva degli intervistati che coprono la telecamera con le mani o aggrediscono il coraggioso cronista. Sottofondo musicale sulla falsariga di "Indagine su un Cittadino..." o comunque suonata con lo scacciapensieri.

- fine sfumata del servizio. Gli affezionati spettatori, puntualmente: "che schifo, che scandalo, l'omertà di questa gente che non denuncia, tutti complici, sono i primi criminali, ma tanto si sa, il popolo italiano è mafioso nel sangue, ha il governo che si merita".

Complimenti a tutte queste coscienze libere (pidiessine, vendolate, dipietriste, grillesche) per il loro record imbattuto. Non essersi mai accorti, in 25 anni di santorate televisive, che un abitante di una zona controllata da un clan malavitoso, conscio di essere ripreso in viso, ascoltato in mondovisione, messo su internet e visto dall'intero vicinato nel vicolo mentre lo stanno intervistando non potrà e non vorrà denunciare alcunché né ora né mai, neanche in caso di torti da lui subiti (pizzo, usura ecc.), per paura solitamente di essere fatto saltare in aria lui con tutta la sua famiglia (sentimento certo inspiegabile, per gli indignados che non l'hanno mai provato vivendo a Capalbio o a BariAlto).

Ci fosse stato UNO, UNO di questi campioni ad essersi mai alzato in piedi per far notare ad alta voce a tutti gli altri quanto sia facile fare il Don Ciotti quando non vengono a fare sparatorie e regolamenti di conti sotto casa tua un giorno si e uno no. E che sia un tantino eccessivo invocare lo sterminio fisico di qualche vecchietto che "non denuncia", invece di prendersela con forze dell'ordine, magistratura, burocrazia ed "istituzioni democratiche" la cui inerzia costituisce la regola, non l'eccezione.

Bravi. Siete veramente il cambiamento. Vi meritate un applauso. Però in faccia, forte, sempre più forte, fino a frantumarvi i connotati.

lunedì 9 gennaio 2017

M5S: l'"onestà" di aver sempre cambiato bandiera

L'"inaspettata" proposta di Grillo ai suoi accoliti di votare per il disconoscimento dell'alleanza europarlamentare con l'UKIP di Farage ed andare tra le braccia dei liberal-liberisti del gruppo ALDE è, in primo luogo, la dimostrazione lampante di tutti gli sfracelli provocati dalla tendenza a definirsi "post-ideologici". Cosa che in questi anni il circolo dei vari alterstupidi-euroscettici-sovranisti ha sempre ostentato con nonchalance, descrivendola come "normale" conseguenza del "superamento della dicotomia destra-sinistra".
Un qualsiasi progetto politico deve necessariamente nascere munito di un'ideologia, intesa ovviamente nel senso migliore del termine: come visione del mondo, come sistema coerente di valori a cui corrisponde un impianto programmatico ben definito.
Non solo. Per un progetto di nuovo tipo che decida di non apparentarsi mai nè con la destra, nè col centro, nè con la sinistra, basarsi una propria ideologia è proprio ciò che serve per distinguersi dagli ambienti con i quali non si vuole essere confusi (i partiti di potere destrosinistri). E per prendere le distanze dalle "ideologie" dominanti.
Non è scritto da nessuna parte che al mondo possano esserci solo ideologie identiche a quelle delle correnti politiche ottocentesche (socialismo, conservatorismo, fascismo ecc.) e non si possa elaborarne una propria, di nuovo stampo, adatta ad ogni contesto. Un concetto semplicissimo no? Eppure troppo difficile da capire per i vari teorici complottardi, decrescisti e sciichimichisti che hanno definito a lungo le ideologie come sinonimo di dogma e fanatismo (e magari come "creazione della massoneria" - ignoranti, penosi e pericolosi). Grillo ha solo imitato le dicerie messe in giro da questi santoni (anche perché Grillo non fa che scopiazzare discorsi altrui a seconda del momento).

Fondare una forza politica dichiaratamente senza ideologia, cioè senza un'idea del mondo coerente e globale, è come salpare per l'oceano navigando a vista, senza bussola e senza rotta. Prima o poi però, si finisce proprio per attraccare nei porti "sicuri" del ceto politico più navigato... Altro che "superamento" di destra e sinistra e del novecento! La post-ideologia è la via più breve per tornare a rimestare sempre nello stesso armamentario dei soliti dogmi e schemi logori degli ideologismi più nauseanti di destra o sinistra. Qualcosa vorrà dire se il vate genovese guarda addirittura ai liberali, il gruppo politico con l'ideologia attualmente più decrepita del mondo, antiquata e decomposta persino più di socialdemocrazia, fascismo e comunismo!

Ciò che scandalizza poi della virata "liberal" dei 5 Stelle è, ovviamente, l'accondiscendenza verso il programma euroliberista dell'ALDE (cosa di cui comunque poco si preoccupano, dato che ai Di Maio e ai Dibba interessa solo e soltanto ridurre gli stipendi della Casta e simili fesserie, fregandosene di tutto il resto).
Ma il risvolto, se possibile, ancor più ripugnante della vicenda è l'averci fornito la prova che i Grillo, i Casaleggio e simili sono fortemente condizionati dai mass-media, e sensibili agli umori che sono stati instillati in certi settori di opinione pubblica proprio dai mass media. Le critiche grilline alle "balle dei giornalisti", cioè, non si spingono oltre un certo limite, visto che alla fine sono disposti a sacrificare le proprie scelte tattiche e strategiche pur di risultare meno sgraditi e "impresentabili" al coro disinformativo che va per la maggiore.
Perché infatti disconoscere l'intesa con Nigel Farage?
Per dare un preciso segnale di voler uscire dalla lista dei soggetti pericolosi per l'Eurocrazia, così da piacere un po' di più ai giornalisti e opinion makers "che contano" e a tutta la truppa di ebeti e radical-chic alla moda che imperversano sui social network denunciando il "nuovo fascismo" Brexit-Putin-Trump-Salvini-Grillo.

Per chi scrive, ci sono pochi dubbi sul fatto che nelle prossime ore il plebiscitarismo dei pentastellati, travestito ipocritamente da "metodo di democrazia diretta", approverà supinamente, in massa e su tutta la linea l'ennesima penosa giravolta del grande capo. 
In proposito, vengono in mente certi gonzi che ancora si illudono nel fatto che "Grillo prima o poi sarà costretto a subire le decisioni della base del movimento". A parte che è dal 2012 che ancora aspettiamo di vedere realizzarsi questo fantomatico evento (e difatti, come per tutte le speranze sciocche, non c'è nessuno che indichi quando esattamente ciò dovrebbe accadere) finora nessuno nel movimento ha mai mostrato di volersi discostare dai diktat calati dall'alto dallo stato maggiore del M5S. Tutt'altro. I militanti grillini continuano, imperterriti, a non accettare alcuno stimolo o critica costruttiva dagli esterni al M5S. Al sottoscritto è capitato continuamente di essere aggredito da idrofobi elettori grillini per aver osato esprimere semplici dubbi, a volte anche per aver preso le loro difese. Su queste premesse è impossibile pensare che un giorno la base "costringerà" i dirigenti ad ascoltare le decisioni dal basso: per i militanti quel che dice il loro capo è legge, si fa e basta, come del resto avviene da sempre in tutti i partiti e movimenti politici "normalizzati". 
Lo si è visto anche in questi giorni, con un 90% di consensi per un Codice etico che ha rappresentato una involuzione clamorosa sull'unico argomento in merito al quale i pentastellati volevano mantenere una coerenza tra fatti e azioni, cioè l'espulsione automatica di semplici indagati, oltre che di condannati. La truppa sarà sempre favorevole in blocco a quello che dall'alto gli si suggerirà di approvare. Anche i voltafaccia più sfrontati nei programmi e nelle intenzioni. Ovviamente sempre allo scopo di "non spaccarci tra di noi", di "non mostrarci deboli al nemico" e via con altre argomentazioni di scuola togliattesca-berlingueresca (la scuola dell'odierno PD).
Del resto, riposto ancora una volta nel dimenticatoio un referendum decisamente più importante da far fare all'intero paese, quello sull'Euro (annunciato in pompa magna nel 2013 solo per riscuotere un pacco di preziosi consensi), a Grillo non rimane altro che indire di tanto in tanto referendum in casa sua, su qualsiasi insulsaggine gli venga in testa in quel momento, così da rendere più tragicomico il discredito e il suicidio della forza politica che ha fondato. 
E delle istanze giuste che questa forza ha ingiustamente preteso di rappresentare.

Andrea Russo

AGGIORNAMENTO: ovviamente, il 78% dei militanti grillini ha votato a favore dell'intesa con l'ALDE. Un 78% di pecore... che però hanno il bel coraggio di chiamare gli altri italiani "un popolo di pecoroni"!

lunedì 12 dicembre 2016

"Torniamo allo Statuto!": il premier non eletto e i boriosi Sonnini d'Italia

di Andrea Russo (da leggere insieme a questo articolo più vecchio

Quando ho studiato Storia del diritto italiano all'Università, mi è rimasto impresso un episodio politico dei tempi dell'Italia monarchica, che riassumo col titolo "Torniamo allo Statuto".

Nel 1897 il deputato della Destra storica Sidney Sonnino, scrisse un articolo intitolato "Torniamo allo Statuto" nel quale (denunciando tutta una serie di storture nella vita politica di allora, legati anche al fenomeno del trasformismo e del clientelismo) sosteneva di abbandonare la prassi, seguita fino ad allora, per la quale il potere esecutivo veniva affidato al "presidente del consiglio".
Infatti, la carta fondamentale allora in vigore, lo Statuto Albertino, prevedeva testualmente che il potere esecutivo fosse esercitato dal Re, senza menzionare alcun primo ministro. Solo in via di prassi si era passati da una monarchia costituzionale ad una monarchia parlamentare, nella quale è il "presidente del consiglio" la figura che incarna il potere esecutivo, mentre il Re "regna, ma non governa". 

Perciò, secondo Sonnino, occorreva appunto ritornare ad una interpretazione letterale dello Statuto: il sovrano doveva tornare direttamente a governare, riappropriandosi degli ampi poteri riconosciutigli dalla carta albertina, senza peraltro essere tenuto a rendere conto del suo operato al Parlamento, come invece nel caso del primo ministro-presidente del consiglio (che dipende dall'appoggio delle maggioranze parlamentari).
Una mera questione di forma? No. Una proposta avanzata in nome di esplicite istanze reazionarie: limitare la voce in capitolo del parlamento (peraltro ancora eletto in modo censitario) ed instaurare un governo "di polso" che stroncasse la crescita del movimento operaio e socialista (nonchè cattolico) con una dura repressione autoritaria. 
La proposta di Sonnino fece scalpore alla sua epoca, ma non ebbe seguito. 

Orbene, riportare alla memoria questo episodio è significativo, perché uno schema di pensiero analogo ci viene oggi riproposto da una risma di saccenti sbruffoni per cui "secondo la nostra costituzione il capo del governo non lo scelgono gli elettori!" e su questo fanno la voce grossa. Le questioni sono leggermente diverse (oggi è il meccanismo di scelta del presidente del consiglio; Sonnino metteva in discussione l'esistenza stessa di tale carica). Ma identico è l'approccio puramente formalista nei confronti delle norme, che conduce ad analoghi risultati inaccettabili. 

Anche nell'Italia repubblicana, come ai tempi dello Statuto Albertino, è stata largamente osservata una prassi non testualmente prevista dalla Costituzione, per la quale il presidente della repubblica dovesse nominare a capo del governo una figura che fosse:
- in primis, 
un politico di partito, il più possibile scelto tra figure di primo piano; limitando a casi eccezionali la scelta di c.d. tecnici e di dirigenti di quarta fila sconosciuti anche alla loro madre. Posto che con il loro voto gli elettori italianide facto, esprimono le loro preferenze per l'aspirante capo del governo, scegliendo tra i vari capi-partito considerati papabili per quella carica.
- in secundis, espressione del partito, o dello schieramento di partiti, maggioritario nei consensi elettorali. Non è una "maggioranza" degna di tale nome un'accozzaglia raccogliticcia di parlamentari fuoriusciti dai partiti con i quali erano stati eletti (vedi NCD di Alfano, verdiniani, ex-grilli, ex-vendoliani). E di per sè, è palesemente inaccettabile che 2, 3, 4 governi di fila sorgano e tirino avanti sulla base di simili ammucchiate trasformistiche unicamente "perchè la costituzione non dice niente in contrario".

Anche oggi dunque, come all'epoca di Sonnino, si è di fronte a una regola implicita, non scritta, comunque a lungo rispettata, in quanto ispirata a maggiori criteri di giustizia e trasparenza. Una prassi che non è prevista espressamente dalla carta costituzionale. Ma nemmeno espressamente vietata.
Tanto'è vero, che anche con una legge elettorale (il "porcellum") era stato introdotto l'obbligo per ciascuna coalizione elettorale di indicare il proprio "capo" politico. Obbligo non vincolante per il Presidente della repubblica, ma che comunque ha rafforzato nel senso comune l'idea che il voto di ciascuno influisse sulla scelta del capo del governo. Considerato peraltro l'assetto ancora bipolare del quadro politico all'epoca in cui fu approvata la legge, si tratta di un quasi-correttivo tutto sommato ragionevole.

La nomina, quindi, di un tecnico o lacchè che governi il paese reggendosi su maggioranze parlamentari artificiose, che non corrispondono ai consensi elettorali, è consentita sul piano meramente formale. Resta però un abominio sul piano politico. Cioè, sul terreno dei giudizi di valore che hanno ad oggetto fatti, condotte, scelte, come tali opinabili - secondo criteri di opportunità, convenienza, giustizia sociale ecc. Con tutto questo le procedure e regolette formali c'entrano fino a un certo punto. La scelta di Mattarella di non sciogliere il parlamento e nominare anche il suo cameriere a capo del governo è formalmente lecita e rispettosa delle regole. Nel suo significato politico però, è più che discutibile (leggi, disgustosa). E perciò gli "italiani ignoranti" insorgono. 

Quanto all'affidamento a Gentiloni dell'incarico di formare un esecutivo, la questione è ancora più semplice, senza addentrarsi in norme o articoli, perché di carattere, appunto, eminentemente politico: un capo di governo si dimette in quanto è stato sonoramente sconfessato dal voto popolare in sede referendaria, e viene sostituito... da un ministro dello stesso governo e della stessa linea politica sconfessata, con tutti o quasi tutti gli stessi ministri che vogliono restare nei posti chiave. Il tutto tranquillamente ignorato da un coro di palloni gonfiati che urlacchia 25 ore su 24 "il governo non lo scelgono gli elettoriiii! il governo non lo scelgono gli elettoriiiiiii!" alzando un chiasso che impedisce a chiunque di riflettere e percepire la gravità di quanto sta avvenendo.

Chi si ferma alla semplice lettura degli articoli della costituzione non discerne nessuna di queste questioni, che sono prima di tutto di ordine politico, e solo in minima parte giuridico-procedurale. I so-tutto-io da "social", invece, confondono i due piani, sostenendo che la regolarità formale della successione Monti-Letta-Renzi-Gentiloni implica un'automatica legittimità morale e politica di questi governi davanti alla nazione!
Tali "saggi" autoproclamati da commento facebook sono i soli, veri ignoranti. Asini, perché analfabeti politici. per giunta privi di umiltà e convinti di essere più informati degli altri. Nonché, difensori sguaiati dello status quo. Sventolano come dogmi le norme scritte, escludendo qualsiasi loro interpretazione sostanziale innovativa, correttiva e illuminata che possa giovare maggiormente alla vita di un popolo (popolo di cui tanto se ne fregano, in quanto da loro definito inferiore e ritardato).

Piddini renziani, post-piccisti, hipster in carriera alla Luiss, anarchici liceali con carenze d'affetto, misanthropés nicciani per tutte le occasioni, youtubers con 100.000 fan e un solo neurone ...questa feccia accetterebbe persino la nomina di Giovanni Brusca a presidente del consiglio. Sarebbe tutto regolare, visto che nell'articoletto della Costituzione non c'è un divieto. E infatti a nessuno di loro, nemmeno per sbaglio, viene mai in mente che, magari, si potrebbe riformare proprio la Costituzione per colmare l'evidente deficit democratico circa il metodo di scelta del premierFigurarsi! Come potrebbero concepire da soli una simile idea? Le istruzioni su cosa devono pensare se le fanno impartire esclusivamente dall'Huffington Post, dal Sole 24 Ore, dalla pagina facebook "satirica" di turno, o da qualsiasi altra monnezza giornalettista, "autorevole" presso la cosiddetta gente di sinistra e la generazione Erasmus. 
Sono i nuovi Sonnini d'Italia, ma riescono a fare peggio di Sonnino. Che almeno era un ultraconservatore dichiarato, e non celava i propri sogni elitari, classisti, reazionari con scialbe frasi di Kerouac e Pahlaniuk o con hashtag lgbt.